bosa

il borgo più bello di Sardegna: Bosa.

Bosa
Bosa è un comune Sardo  di 7 937 abitanti della provincia di Oristano, nella costa occidentale del centro-nord della Sardegna. Fa parte dell’Unione di Comuni della Planargia e del Montiferru Occidentale.Wikipedia
Area: 135,7 km²
Meteo: 18 °C, vento NO a 26 km/h, umidità 64%
Regione: Sardegna
Un paese, una storia intricata tra domini e conquiste, dai Bizantini agli Aragonesi, un passato Giudicale e poi un Medioevo di avvicendamenti storici. Tanti i cenni da cui attingere per capire il passato di questo meraviglioso borgo, unico nel suo genere in Sardegna perche’ lambito dal fiume Temo, unico fiume navigabile in Sardegna lungo 47 Km e navigabili 6 km.

Geolocal mappa

(Fonte Wikipedia)

Preistoria

Il territorio del comune di Bosa fu abitato già in epoca preistorica e protostorica come dimostrano legrotticelle funerarie mono o bicellulari individuate – in un numero pari ad almeno trentasei – in varie località (Badde Orca, Capitta, Coroneddu, Funtana Lacos, Ispiluncas, Monte Furru, Pala ‘e Cane, Pontes, Sorighes, Silattari, Tentizzos, Torre Argentina e Tuccaravo). Il rilevante numero di domus de janas e la loro superficie, che giunge sino a 88,53 m², testimoniano una frequentazione umana piuttosto aggregata ascrivibile all’Età del Rame (per le tombe dotate di dromos) o alla cultura di Ozieri e al Neolitico recente.

Di particolare rilievo si presenta la Tomba I di Pontes la quale presentava delle pareti interne levigate e dipinte di rosso, simbolo del sangue e della rigenerazione, sulle quali era incisa una raffigurazione di doppie corna, a testimonianza del culto della divinità taurina. Si sono rinvenuti, inoltre, i resti di focolari rituali (Tuccaravo) e coppelle a destinazione sacrale scavate nel pavimento di alcuni ipogei (Coroneddu e Funtana Lacos I), mentre in altre tombe si sono riscontrate delle nicchie per le offerte funerarie.

Poco numerose sono, invece, le testimonianze riconducibili all’Età del Bronzo e alla civiltà nuragica. A tale periodo risalgono i due nuraghi complessi siti nelle località di Monte Furru e di S’Abba Druche – ove sono stati individuati anche i resti di una tomba dei giganti – e quelli dalla struttura semplice di Rocca Pischinale e di Santu Lò.

FONTE WIKIPEDIA 

Storia antica fenicio-punica (IX-III secolo a.C.) e romana (238 a.C.-456)

Leggende sulle origini della città
Nella seicentesca Relación de la antigua ciudad de Calmedia y varias antigüedades del mundo, opera anonima conservata nella Biblioteca universitaria di Cagliari, si narra che Calmedia, figlia o moglie del mitologico re Sardus Pater – il figlio di Eracle libico – giunta nella vallata attraversata dal Temo e colpita dalla bellezza dei luoghi, abbia deciso di fermarsi e di fondare una città che da lei avrebbe preso nome, nella località attualmente conosciuta come Calameda. L’anonimo autore racconta delle rovine della città romana, paragonandola per grandezza all’antica Babilonia. Descrive le mura che la cingevano presso l’attuale monte Nieddu e ne menziona una delle porte nelle vicinanze della fonte di Su Anzu.

Nulla di certo si conosce dello stanziamento fenicio-punico. I Fenici dovettero usare per l’approdo la foce del fiume Temo (allora all’altezza di Terridi), riparata dalle mareggiate dall’Isola Rossa, e dal maestrale dal colle di Sa Sea. Forse proprio lì, o secondo l’ipotesi maggiormente accettata nella vallata di Messerchimbe, più all’interno e sulla sponda sinistra del fiume, svilupparono un centro abitato. Qualche studioso (Antonietta Boninu, Marcello Madau), in base alla conformazione del luogo, sostiene che in età cartaginese il sito urbano fosse bensì all’altezza di Messerchimbe, ma sulla riva destra, mentre sull’altra sponda si sarebbero concentrate l’area sacra e la necropoli. In tal caso si potrebbe pensare a uno sdoppiamento e a una progressiva traslazione dell’abitato in età bizantina, con un nuovo agglomerato formatosi intorno alla cattedrale, sul sito della vecchia necropoli: nel caso di Bosa appunto a Messerchimbe, dove i dati archeologici testimoniano un centro altomedioevale, e dove sarebbe sorta in seguito la chiesa di San Pietro. Attraversata dalla strada costiera occidentale, che superava il Temo a Pont’Ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud con Cornus (presso il comune di Cuglieri) e a nord con Carbia (Nostra Signora di Calvia, località situata alla periferia sud di Alghero). Del porto di Terridi restano ancora tracce di bitte per l’attracco delle barche.

In età romana la città, che in un primo tempo pare aver mantenuto l’ordinamento punico, con la magistratura dei suffeti, divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio ordine di decurioni e un collegio di quattuorviri. L’introduzione del culto imperiale è documentato da un’epigrafe in marmo che ricorda la dedica, fra il 138 e il 141, da parte di un magistrato o sacerdote locale, Quintus Rutilius, di quattro statuette in argento, raffiguranti Antonino Pio, Faustina, Marco Aurelio e Lucio Vero. All’età degli Antonini risale anche la promozione di un anonimo flaminemunicipale bosano al massimo sacerdozio provinciale della Sardegna.

Medioevo vandalo (456-534), bizantino (534-851) e giudicale (851-1259)

In età bizantina, come si è detto, l’abitato era posto – forse – sulla riva sinistra del Temo, presso il sito della chiesa di San Pietro. La città subì per tutto il Medioevo le scorrerie degli Arabi. Tuttavia non perse la sua importanza: fu capoluogo della Curatoria di Planargia, nel Giudicato di Logudoro e sede vescovile. In un periodo compreso tra il sesto decennio dell’XI secolo e il 1073 si provvide alla costruzione della chiesa cattedrale dedicata a San Pietro. Le date vengono fornite da due documenti epigrafici presenti nella chiesa: il primo è rappresentato da un’iscrizione incisa sul concio di una lesena absidale che, secondo una recente rilettura operata dallo studioso Giuseppe Piras, attesta l’atto di consacrazione e posa della prima pietra dell’edificio romanico celebrato dal vescovo Costantino de Castra (in passato il titulus veniva erroneamente riferito all’attività di un presunto architetto di nome Sisinius Etra); il secondo è costituito da un’epigrafe, collocata nella navatacentrale, che ricorda l’anno di ultimazione dei lavori promossi dal vescovo, il 1073 appunto. La decisione di Costantino de Castra (primo vescovo di Bosa di cui si abbia notizia) di intitolare a San Pietro la cattedrale bosana può essere forse intesa come segno di schieramento dalla parte del pontefice romano dopo lo scisma ortodosso del 1054: infatti Costantino de Castra, come sappiamo da una lettera del 1073 del Papa Gregorio VII, fu impegnato personalmente nella propaganda cattolica presso i Giudici della Sardegna e nello stesso anno ricevette da papa Gregorio VII la nomina ad arcivescovo di Torres. Con l’edificazione del castello dei Malaspina sul colle di Serravalle tra il 1112[28] e il 1121[29] o, secondo i più recenti studi, nella seconda metà del XIII secolo[30], si pensa che la popolazione abbia cominciato gradualmente a trasferirsi nella riva destra del fiume, sulle pendici dell’altura fortificata che garantiva una maggior protezione contro le incursioni arabe, finché nella zona di Calameda non restò che la cattedrale di San Pietro.

Medioevo malaspiniano (1259-1308) e arborense-aragonese (1308-1409)

Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII istituì il Regno di Sardegna e Corsica, che concesse al re Giacomo II di Aragona. I Malaspina, temendo l’invasione aragonese, potenziarono il castello con una torre maestra che ricorda quelle cagliaritanedell’Elefante e di San Pancrazio (1305 e 1307), costruite da Giovanni Capula, il quale aveva forse edificato anche quella bosana[31]. Tuttavia, il 2 novembre 1308, Moruello, Corrado e Franceschino Malaspina cedettero il castello di Bosa a Giacomo II. Negli anni successivi la famiglia lunense dovette nondimeno mantenere i propri diritti sul castello, se una cronaca sarda delQuattrocento sostiene che nel 1317 essa lo cedette al Giudicato di Arborea. Ad ogni modo, a seguito dell’alleanza tra l’Arborea e l’Aragona, Pietro Ortis prese possesso del castello di Bosa per conto dell’infante Alfonso d’Aragona, col consenso degli Arborensi. I Malaspina uscirono però definitivamente dalla storia bosana solo quando l’11 giugno 1326 Azzo e Giovanni delegarono il fratello Federico nelle trattative col re d’Aragona per la cessione di Bosa e della Curatoria di Planargia. Passarono solo due anni, e il 1º maggio 1328Alfonso il Benigno, re d’Aragona, concesse in feudo il castello al giudice arborense Ugone II di Arborea: la città e il suo territorio entrarono allora a far parte delle terre extra iudicatumdell’Arborea. Il figlio di Ugone, Mariano IV, ruppe però l’alleanza con gli Aragonesi, e nel suo tentativo di unificare la Sardegna sotto di sé fece imprigionare, nel dicembre del 1349, il fratello Giovanni, Signore di Bosa dal 1335, e fedele alla vecchia alleanza. Il castello di Bosa era una roccaforte di grande importanza strategica per il controllo della Sardegna, e tanto Mariano quanto Pietro IV il Cerimonioso, desiderosi di impossessarsene, cercarono di farselo cedere dalla moglie di Giovanni, la catalana Sibilla di Moncada; ma ella tirò per le lunghe le trattative, finché il 20 giugno 1352 Mariano lo prese con la forza. Bosa fu quindi sotto il controllo dei giudici d’Arborea Ugone III (13761383), ed Eleonora (13831404), che ne fecero la loro roccaforte nella guerra contro gli Aragonesi; alle trattative di pace tra Eleonora e Giovanni I d’Aragona, il 24 gennaio1388, la città inviò il proprio podestà con centouno rappresentanti che firmarono gli atti, separatamente dal castellano e dai funzionari e rappresentanti feudali. L’esistenza a quel tempo di un’organizzazione comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dai quattro capitoli degli statuti di Bosa citati in un atto notarile seicentesco. La città era dunque divisa tra la parte di pertinenza del castello, e quindi soggetta al feudatario (che si suole oggi identificare, pur senza vere prove, col quartiere di Sa Costa, privo di chiese perché avrebbe fatto capo a quella del castello), e il libero comune (identificato oggi col quartiere di Sa Piatta), retto dagli statuti.

Periodo aragonese-feudale (1409-1559)

La guerra però riprese, e quando gli Aragonesi il 30 giugno 1409 sconfissero il nuovo Giudice Guglielmo III di Narbona a Sanluri, il Giudicato d’Arborea, ultimo dei regni sardi indipendenti, cessò di esistere, e l’anno successivo Bosa passò definitivamente sotto il controllo della Corona d’Aragona. Poco dopo la conquista aragonese, il 15 giugno 1413, Bosa e la Planargia furono unite al patrimonio regio, e la città, riconosciuti privilegi e consuetudini, fu organizzata come un comunecatalano. L’organo cittadino era il consiglio generale, col potere di deliberare, dal quale erano scelti i cinque consiglieri, uno per ogni classe di censo, che formavano l’organo esecutivo; il primo consigliere rivestiva la funzione di sindaco, e rappresentava la città. D’altra parte il castello era tenuto da un capitano o castellano, di nomina regia, che curava la difesa; il re nominava anche il doganiere o maggiore del porto, il mostazzaffo (ufficiale incaricato di sorvegliare il commercio), e ilpodestà, che amministrava la giustizia e controllava per conto della corona l’operato dei consiglieri. Alle dipendenze del consiglio era poi l’ufficiale che governava la Planargia. In teoria tutte le cariche dovevano essere ricoperte da Sardi nativi o residenti a Bosa o nella Planargia; ma sebbene questo diritto fosse stato ribadito più volte, di fatto venne spesso calpestato. Tra la città e il castello la convivenza non fu pacifica, e al parlamento sardo del 1421 i sindaci Nicolò de Balbo e Giacomo de Milia ottennero dal re la destituzione del castellano Pietro di San Giovanni. Sotto il regno di Giovanni II d’Aragona a Bosa funzionò anche una zecca, che emetteva monete di mistura del valore di un minuto, destinate a una circolazione locale. Qualcuna di esse si conserva tuttora.

Il 23 settembre 1468 il castellano di Bosa, Giovanni di Villamarí, capitano generale della flotta reale, ottenne in feudo perpetuo (secundum morem Italiae) la città, il castello e la Planargia di Bosa (con le ville di Suni, Sagama, Tresnuraghes, Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo), di cui divenne barone. Il Villamarí tuttavia prestò omaggio alla città e ne mantenne sostanzialmente le istituzioni. In questi tempi Bosa si trovò ad avere il singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del parlamento sardo, attraverso il feudatario (braccio militare), il vescovo (braccio ecclesiastico) e i delegati dei cittadini (braccio reale). Nel 1478 il castello di Serravalle vide la fine delle ultime speranze di indipendenza dei sardi, quando il marchese di Oristano, Leonardo de Alagón, vinto a Macomer, trovò in città l’ultimo rifugio, prima di essere catturato da una nave spagnola, mentre fuggiva per mare verso Genova. Ereditata da Bernardo di Villamarí il 24 dicembre 1479 alla morte del padre, Bosa ottenne sempre maggiori privilegi commerciali, spesso ai danni della vicina e rivale Alghero, che ne fecero una città prospera. Il 30 settembre 1499 una prammatica di Ferdinando il Cattolico la inserì tra le città reali, concedendole i privilegii connessi a tale titolo; essa restò tuttavia infeudata ai Villamarí, di cui anzi il 18 luglio 1502divenne possedimento allodiale. La fioritura continuò anche sotto la figlia di Bernardo, Isabella, che la resse tra il 15151518 e il 1559, facendole guadagnare terreno nei mercati dell’isola anche su Oristano. Ma proprio allora l’economia bosana doveva subire un duro colpo.

Nel 1527, durante la guerra tra la Francia di Francesco I e l’Impero di Carlo V, mentre i lanzichenecchi saccheggiavano Roma, i francesi contesero alla corona diSpagna il possesso della Sardegna. Entrati a Sassari alla fine di dicembre, la saccheggiarono, incutendo terrore nelle altre città sarde. I bosani, per impedire un assalto della flotta francese comandata da Andrea Doria, reagirono l’anno successivo ostruendo con dei massi la foce del Temo, forse a S’Istagnone, determinando però in questo modo il rapido decadimento del porto, e l’inizio di un lungo periodo di straripamenti del Temo che resero l’ambiente malsano. Da allora le imbarcazioni presero ad attraccare all’Isola Rossa.

Evo moderno spagnolo (1559-1714)

Morta senza eredi Isabella Villamarina, il re Filippo II di Spagna sequestrò il territorio riunendolo al patrimonio regio. Da allora Bosa divenne a tutti gli effetti una città regia, cessando di essere sotto un’autorità feudale. Nel 1565, per ordine del re, e su richiesta dello stamento militare, vennero tradotti in lingua catalana gli Statuti di Bosa, originariamente in lingua sarda e, in altre versioni, in italiano.

Nel XVI secolo, nell’ambito del progetto di fortificazione delle coste sarde, fu costruita la torre dell’Isola Rossa, già citata dal Fara nella sua De chorographia Sardiniae. Dal 1583 l’amministrazione di essa fu demandata ad un alcaide, che vi risiedeva insieme alla sua guarnigione composta da un artigliere e quattro soldati.

Il 1591 fu per la cultura bosana un anno straordinario. In quell’anno infatti fu consacrato vescovoGiovanni Francesco Fara, il padre della storiografia sarda. Egli diresse la chiesa bosana soltanto per sei mesi, durante i quali visitò tutte le parrocchie; ma subito convocò il sinodo diocesano (10-12 giugno 1591), e con le sue costituzioni riorganizzò la diocesi secondo i canoni tridentini. Con tutta probabilità si deve a lui la costituzione dell’archivio diocesano e l’avvio della redazione dei cinque libri, il cui documento più antico conservato oggi è del 1594. All’interessamento del Fara dovette probabilmente la libertà e la possibilità di uscire di prigione il poeta bosano Pietro Delitala, uno tra i primi autori sardi ad usare nella sua opera la lingua italiana. Dal carcere indirizzò alcuni sonetti di supplica al vescovo, e da altre liriche si evince che nel 1590 era tornato in libertà. Trascorse i suoi ultimi anni a Bosa, dove prese moglie ed ebbe cinque figli, fu podestà della città e Cavaliere nello Stamento Militare del Parlamento del Regno di Sardegna.

Vue de la Ville de Boze a L’ouest de l’Isle de Sardaigne entre le Cap de la casse et le gonfe de L’Oristan, tempera di anonimo del XVII secolo.

A Bosa operava già dal 1569 come canonico della cattedrale anche Gerolamo Araolla, il maggiore poeta in lingua sarda dell’età spagnola, che vi compose le sue opere (Sa vida, su martiriu et morte de sos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, e Rimas diversas spirituales), e fu forse anche alcaide del castello di Serravalle nella prima decade del Seicento. Il periodo postridentino vide anche l’arrivo a Bosa dei Cappuccini, che vi edificarono il loro convento (1609); e la fondazione delle confraternite della Santa Croce e del Rosario, e dei gremii dei sarti e calzolai e dei fabbri. Il nuovo secolo fu però un periodo di grande decadenza, come per tutti i dominii spagnoli, anche per Bosa. Apertosi con la grave inondazione del 1606, funestato dalla peste (16521656), da un violento incendio (1663), dalla grande carestia del 1680, dalle continue incursioniottomane e dalla forte recessione economica, vide precipitare la popolazione dai circa 9 000 abitanti del 1609 ai 4 372 del1627, ridotti ancora a 2 023 nel 1688. Non dovette giovare molto la concessione dello statuto di porto franco da parte del reFilippo IV, nel 1626. Poco dopo, nel 1629, con la concessione della Planargia in feudo a don Antonio Brondo, Bosa perdeva anche i contributi in grano dell’entroterra. Tuttavia verso la fine del secolo, in seguito a vari passaggi di mano del feudo che, poverissimo e spopolato, era caduto nel disinteresse dei suoi signori, la città ne riprese di fatto il controllo.

Periodo austriaco (1714-1718) e sardo-piemontese (1718-1861)[modifica | modifica wikitesto]

Passata con l’intera Sardegna agli Asburgo d’Austria nel 1714, quindi ai Savoia tra il 1718 e il 1720, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel 1721 le barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena anche nel porto di Bosa, e di conseguenza fu inaugurato un lazzaretto a Santa Giusta. La popolazione era andata in quegli anni progressivamente aumentando, tanto che dai 3 335 abitanti del 1698, si era giunti nel 1728 a 3 885, e nel 1751 a 4 609. Nel1750Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni provenienti dalla Morea a insediarsi su una parte del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di San Cristoforo, in seguito chiamato Montresta. Gli immigrati, però, furono insediati in territori fino ad allora usati dai pastori bosani: non ebbero perciò vita facile, e furono oggetto dell’aperta ostilità della città, spesso sfociata in fatti di sangue, cosicché un secolo dopo, secondo l’Angius, delle famiglie greche restavano due soli membri. Interessante per questo periodo è la relazione nel 1770 della visita che il Viceré Vittorio Ludovico des Hayes, conte d’Hallot, compì anche a Bosa: venne segnalato lo stato d’abbandono degli uffici e in particolare degli archivi. Il 4 maggio 1807 Bosa divenne capoluogo di provincia per un decreto del re Vittorio Emanuele I e nel1848, in seguito all’abolizione delle province, fu incluso nella divisione amministrativa di Nuoro. Nel 1859 le province furono ripristinate e Bosa entrò a far parte dellaProvincia di Sassari fino a quando nel 1927, istituita la Provincia di Nuoro, venne accorpata a questa.

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